Gesti tipici (1961) Senza alcun apparente legame con le opere precedenti, nel 1961 cominciai a dipingere quadri più aperti verso il mondo dei mass media, specialmente i settimanali e i documentari cinematografici, un mondo fatto di uomini politici, indaffarati, ricchi, irraggiungibili. I grandi uomini politici, erano rappresentati come onnipotenti autorità che suggestionavano un pubblico ancora ingenuo, attraverso l’abbigliamento elegante in giacca, cravatta e fazzoletto da taschino, attraverso i gesti perentori.Soprattutto mi piacevano i grigi impastati della carta stampata e quelli della televisione. I rotocalchi a colori erano ancora poco diffusi nella stampa di massa e la televisione a colori ancora non esisteva. Questi personaggi in bianco e nero, queste macchie di grigi impastati per cause meccaniche, mostravano la nuova estetica dell’idustria, della stampa meccanica. Erano fondamentalmente forme astratte e ripetibili, che costrastavano macroscopicamente con le figure realistiche dipinte a olio dei pittori figurativi. Pertanto ricondussi queste figure a sagome geometriche, riproducibili per mezzo di un metodo automatico (strutturalità), che non necessitava alcuno stato di ispirazione da parte dell’esecutore. Si trattava di proiettare la sagoma umana, ricavata da giornali, rotocalchi, documentari, o fotografie, su una tela preparata con fondo bianco e poi di verniciare a smalto nero lucido l’interno della sagoma. Trattandosi di un lavoro automatico, la varniciatura non doveva seguire l’anatomia della figura. L’assorbimento irregolare dello smalto raffreddava ulteriormente l’opera, creando un effetto non realistico paragonabile a quello della stampa industriale (astinenza espressiva). Inoltre la scelta del gesto, del personaggio, dell’inquadratura, aggiunta alla dimensione che superava quella reale di diverse grandezze, creava un’interferenza psicologica con le persone che si trovavano nell’ambiente, alterandone lo stato emotivo e percettivo (eventualità). Il gesto era scelto in modo da evidenziare contenuti autorevoli e impositivi, che scatenano reazioni innate di sottomissione. La maggiorazione della scala dimensionale rispetto alla realtà, ricreava la differenza di grandezza fra il bambino e l’adulto, veicolando suggestioni di ubbidienza e paura. Quello che a me sembrava un piccolo passo verso una più potente sollecitazione del pubbilco nel senso dell’eventualità, ai miei amici (Lo Savio ad esempio scrisse scherzosamente, ma anche un po’ polemicamente, una lettera di complimenti per la mostra del marzo 1063, indirizzata "al mercante d’arte figurativa Plinio De Martiis") e ai critici sembrò un grande salto, un tradimento, o perfino un rinnegamento della pittura precedente. > Argan, convinto sostenitore dell’arte astratta e avversario della Pop Art, pur continuando a stimarmi, leggeva come Pop Art i Gesti Tipici, e Cesare Vivaldi, espresse scetticismo per i miei "testoni lichtensteiniani". In questo ciclo di opere furono riprodotte le sagome di importanti uomini politici come John F. Kennedy, Mao Tse Tung, Nikita Krusciov, Charles De Gaulle, Nasser, Malcolm X, David Rockefeller, ma anche di persone sconosciute purchè in atteggiamenti tipici, come leggere il giornale, fumare, salutare, discutere, camminare. L’esecuzione dei Gesti Tipici continuò fino a quando alcuni di essi furono esposti alla mostra del marzo 1963 presso la galleria La Tartaruga di Plinio De Martiis e Ninnì Pirandello (Lombardo 1963, Vivaldi 1963, Homberg 1980, Staël 1990, Calvesi, Mirolla 1995). Durante questa mostra molti visitatori si sentivano a disagio, e alcuni mi dissero che avevano sognato i Gesti Tipici per settimane. Solo molti anni dopo però creai appositamente alcuni stimoli con lo scopo di far sognare le persone (Lombardo 1979, 1981). Dal punto di vista attuale posso riconoscere le connessioni fra i Monocromi, i Gesti Tipici e la teoria eventualista: lo smalto nero, come tinta industriale e non espressiva (astinenza espressiva), la mancanza di dettagli (minimalità), la procedura automatica di creazione dell’opera (strutturalità), l’uso dell’opera come stimolo per far sognare i visitatori (espressione spontanea del pubblico), i visitatori furono costretti a sentirsi a disagio sul piano della realtà (eventualità). |